giovedì 27 novembre 2008

PROLOGHI DI FILM la mia top 10

1. DAL TRAMONTO ALL'ALBA
"Everybody be cool. You, be cool."

2. QUEI BRAVI RAGAZZI
"Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster."

3. TRAINSPOTTING
"Io ho scelto di non scegliere la vita. Ho scelto qualcos'altro."
4. ALI'
"Se qualcuno vi mette una mano addosso...fratello, tu devi fare del tuo meglio perché non metta più la mano addosso a nessuno."

5. MONSTERS & Co.
"Non c'è niente di più tossico e letale di un cucciolo umano!"

6. APOCALYPSE NOW
"This is the end..."

7. I PREDATORI DELL'ARCA PERDUTA
"Adios, imbecilles."

8. PROFONDO ROSSO
nana-na-nana-nana-na-nananana-nana-na-nanana-nanana-nanana...

9. KILL BILL VOL.1
"Mi trovi sadico?"

10. THE KILLER
"Tu credi in Dio?"
"Mai visto in faccia. Ma amo la pace che c'è qui dentro."

lunedì 24 novembre 2008

BdC vs. BdM SAGA contenuti extra 2



testi: Alex Crippa - disegni: Emanuele Tenderini
Scopriamo i segreti dietro la saga dell'anno attraverso le piccanti interviste di Kent...

Qui e nel blog ufficiale!

venerdì 21 novembre 2008

GANGS lavori in corso (2)


Le tavole di GANGS procedono.
Eccone uno splendido esempio, in cui vediamo i tre protagonisti (nella terza vignetta, da sinistra): Skid, Ale, Frankie.

Sceneggiatura mia e disegni di Giorgio Santucci, il Difforme nazionale, che continua a sorprendermi coi suoi massiccissimi neri e la sua stupefacente composizione della tavola.
Per intenderci: in sceneggiatura gli ho sempre indicato inquadrature e numero di vignette, ma l’impostazione e la gestione delle medesime all’interno della tavola è tutta sua.
L’impatto, la dinamica e, non ultimo, la chiarezza che esce da ‘ste tavole è notevole.
E questa è una delle poche tavole non d'azione...

Di un attore bravo si dice che buca lo schermo. Io dico che le chine di Giorgio bucano la tavola!

Ribadiamo che GANGS uscirà in Francia e Belgio per KSTR a primavera 2009 o giù di lì.
Tranquilli, uscirà anche in Italia…

"I don't know what I want...but I know how to get it."

martedì 18 novembre 2008

THE ORPHANAGE: giochiamo!

Niente, la scuola horror spagnola batte il resto del mondo 1-0.

Non solo per film medi (Fragile), buoni (Tesis, Labirinto del Fauno, Orphanage) e ottimi (The Others, Rec) accanto a discrete cagate, per quanto mi riguarda, degli stessi registi e produttori (Nameless, Semana Santa, La Spina del Diavolo…), ma anche e soprattutto perché di Scuola si tratta. Per stile, tematiche, tecnica.

Gli spagnoli sono bravi, hanno storie da raccontare, hanno fatto loro un genere ormai morto e sepolto in più parti del mondo. E lo fanno qui e ora, senza remake né nostalgie del passato (no, non sono mai stato un fan dell’horror/erotic-horror spagnolo ’70-’80 dei vari Jess Franco, Amando De Ossorio, eccetera).

L’horror orientale mi annoia da tempo, non mi spaventa, anzi mi infastidisce molto il volume a palla ogni volta che appare un baby-fantasma (che è un po’ come far esplodere un sacchetto gonfio d’aria vicino all’orecchio: alla terza volta che lo fai ti picchio, mentre al terzo film non vado più al cinema) e da anni è vittima della sua stessa sovrapproduzione...a quando i remake orientali dei remake americani degli originali orientali?
Il new horror francese mi piace ma quasi esclusivamente per lo stile (Aja su tutti, che poi l’hanno comprato gli americani, che poi è la fine che stanno facendo anche gli altri).
L’horror americano, salvo rare felici eccezioni (Rob Zombie e pochi altri), si basa ormai da anni su remake di film orientali (…), remake di horror storici di casa loro (Amityville, Omen, Halloween…) oppure prendono i faccioni patinati del momento, meglio se sexy come Jessica Alba o Halle Berry, e li ficcano in film inconsistenti che vai a vedere solo per faccioni e corpaccioni.
L’horror italiano...bè, non tornerà più come la stagione dell’amore di Battiato.

La scuola spagnola invece è forte e competitiva, perché sì alcuni registi vengono risucchiati da Hollywood (Guillermo Del Toro coi suoi Hellboy, blockbuster-horror per famiglie) ma molti continuano a lavorare, o lavorano anche, in patria (Del Toro stesso per The Orphanage stesso, qui in veste di produttore e talent scout).
Cosa significa? Significa che in Spagna si producono e girano horror validi e di successo, che girano il mondo, e alimentano così una bella factory nazionale che permette sia ad autori affermati che esordienti di lavorare.
Se in Italia vuoi fare il regista e uscire nelle sale ti tocca trattare temi esplicitamente sociali o mettere la parola “amore” nel titolo, altrimenti addio.

Sia chiaro: in Italia abbiamo grandissimi registi e talenti, che io adoro, ma in questo post parlo squisitamente di horror. Gli ultimi due film de paura italiani che ho visto son stati Ghost Son di Lamberto Bava (brutto a 360°) e Il Nascondiglio di Pupi Avanti (l’ho apprezzato per idea e atmosfera, ma a Casa le Finestre se la Ridono in modo imbarazzante. Anche per questa battuta).

C’è una cosa, però. L’horror ha spesso due livelli di lettura: Paura e Messaggio.
Spesso e volentieri questi due livelli sono inscindibili, a volte invece c’è solo il terrore fine a sé stesso (Rec ne è l’esempio recente più lampante). Il bello dell’horror è che i suoi fruitori lo apprezzano indistintamente sia in un caso che nell’altro. Provate invece a togliere il messaggio da un film di Muccino…fa cagare comunque, ok, ma gli americani non l’avrebbero mai assunto per fare altre cagate come La ricerca della felicità (sono questi i registi che ci comprano, ma forse è meglio, così ce li leviamo dalle palle).

Comunque sia: perché in Italia per parlare di disagio e diversità infantile ci vuole la faccia di Kim Rossi Stuart in un film impegnatissimo (e bellissimo) come Le Chiavi di Casa del pluri-premiato Gianni Amelio, mentre in Spagna si possono trattare gli STESSI temi ma attraverso un horror ben fatto, tesissimo, che sta incassando in tutto il mondo e per giunta di un esordiente? Perché non siamo (più) capaci di farlo anche noi?

THE ORPHANAGE di Juan Antonio Bayona (il talento scoperto da Del Toro, come si diceva sopra) è appunto un buon horror sotto entrambi i livelli di lettura. E' uno dei rari esempi in cui il Come va a braccetto col Cosa: racconta bene una storia (di paura) abbastanza originale.

Situazioni e atmosfere sono state viste e metabolizzate mille volte (orfanotrofio abbandonato, tragedia del passato che ritorna, presenze infantili inquietanti) ma qui rigurgitate e gestite in maniera impeccabile. C’è della gran maniera, certo. Il genere horror conta ormai quasi solo sul Come (ho già nominato il termine “remake”?...). Ma l’originalità di questo film sta nel Messaggio e nella sua Struttura Narrativa, così intrinsecamente inscindibili da formare un unico, interessante, Cosa. The Orphanage è un “horror con bimbi” costruito attorno a ciò che di più vicino e caratteristico hanno i bimbi: il GIOCO. Da qui la Paura, da qui il Messaggio.

SPOILER.
In questo senso il prologo è una dichiarazione d’intenti. La protagonista, da bambina, gioca a 1,2,3 stella nel parco dell’orfanotrofio con gli altri bimbi, cioè conta fino a 3 rivolta a un albero e poi si volta: chi coglie muoversi perde. Il tutto a camera ferma, inquadratura unica, i bimbi entrano in campo man mano, senza che lei riesca a coglierli mentre si muovono…e infatti raggiungono e toccano l’albero e lei perde.
Struttura: i bambini giocano, non conoscono altro modo per esprimersi e comunicare tra loro e col mondo esterno.
Messaggio: gli adulti non li ascoltano e non danno peso alle loro stupide fantasie, soprattutto se si tratta di bambini con problemi fisici e psicologici.
Detta così non sembra la trama di un film social/impegnato italiano?

E invece no: bimbo deforme, maschere, insopportabili angoli bui, scalinate che scricchiolano, inquietanti presenze, macabri segreti…e il pubblico in sala rimane ammutolito fino alla fine, saltando sulla poltrona di tanto in tanto ma non sempre (altrimenti: noia giapponese). Questo significa tenere alta l’attenzione dello spettatore. Che in quelle condizioni, pensa un po’, può anche recepire più forte e chiaro il messaggio dell’autore. Oppure non gliene frega niente e se la spassa lo stesso. Questo è il bello dell’horror.

E così la sventurata protagonista, l’orfanella del prologo ora madre adottiva a sua volta di un orfanello, per giunta affetto da aids e amici immaginari (!), deve ritrovare il suo piccolo sparito kafkianamente dopo mezz’ora di film, dopo cioè che ci siamo affezionati a entrambi e al loro rapporto fatto di gioie e incomprensioni, e pensiamo che il film vada da tutt’altra parte, tipo “vedo la gente morta” e alla fine il bambino strano risolve tutto. La madre come ritroverà suo figlio? Giocando a 1,2,3 stella, nascondino e caccia al tesoro, no? Lo spettatore smaliziato lo capisce abbastanza presto, lo spettatore medio lo capisce insieme alla protagonista. Dovrebbe essere sempre così un buon horror, e infatti questo lo è. Dovrei dire che il regista gioca coi cliché del genere, ma visto che è una frase abusata dico: Bayona fa letteralmente giocare i personaggi del suo film e di conseguenza gioca con noi e i nostri nervi. Ecco.
FINE SPOILER.

Che tu abbia letto o no lo spoiler, ti dico che questo è un film intelligente perché fa suoi i meccanismi della suspense e del terrore e allo stesso tempo tocca corde piuttosto profonde. Per questo la paura, qui, è del tipo "pesante": perché sotto la superficie fatta di scricchiolii inquietanti e maschere grottesche l’orrore è vero e credibile. Un horror fallisce quando crolla il patto narrativo con lo spettatore, quando cioè chi guarda non crede più a quello che gli viene mostrato e, di solito, ride invece di spaventarsi…brutto, eh?

La grande Geraldine Chaplin, qui nei panni di una medium, dice: “Non devi vedere per credere. Devi credere per vedere”.

E tutto ciò confezionato nella veste stra-collaudata e digeribilissima della moderna ghost-story. Come dire: il modello di vestito è sempre quello, ma t’ho fatto un taglio talmente su misura che non solo ci starai comodissimo ma ti sembrerà pure nuovo.

E c’è pure un occhio allo stile di ripresa più trendy degli ultimi anni, siore e siori, quello del finto reality, tutto concentrato (citato?) nella bella scena della medium: telecamere piazzate in tutte le stanze dell’orfanotrofio e la medium che va in trance e passeggia per la casa vedendo cosa successe 30 anni prima…lo vede solo lei, mentre noi vediamo attraverso i vari monitor solo le sue terrorizzate e terrorizzanti reazioni. Questo è ciò che io chiamo Raccontare.

QUASI-SPOILER. Il finale è perfetto, proprio perché lavora egregiamente sui due livelli di cui sopra. È tanto atroce e quasi insostenibile nella rivelazione del mistero che ha occupato 2/3 del film, quanto rassicurante nella sua morale (che in realtà ha occupato tutto il film). Impossibile? No. Andate a vederlo. E poi pensate a Kim Rossi Stuart.

Ripeto! Adoro i nostri grandi registi impegnati, sono loro che stanno (ri)lanciando il nostro cinema vincendo premi e facendo discutere molto, dicendo così a tutti, anche alla casalinga di Voghera, che non esiste solo Boldi che prende ceffoni in faccia e urla “bestia che dolore!”

Però, dai, perché non può formarsi un dignitoso mercato parallelo di sano e autentico genere italico? Perché ci è rimasta solo la Commedia? Perché mi devo aggrappare disperatamente a Romanzo Criminale di Placido (ottima anche la serie tv)?
Perché, insomma, non torniamo un po’ anche noi a giocare col cinema?

Cioè, si può riflettere anche cagandosi sotto (e così son sicuro di essere arrivato alla casalinga di Voghera).

lunedì 17 novembre 2008

BdC vs. BdM SAGA contenuti extra 1

testi: Alex Crippa - disegni: Emanuele Tenderini

Tra interviste, dietro le quinte e sbagli sul set ne avrete fino a natale...e oltre!
Qui e nel blog ufficiale

venerdì 14 novembre 2008

JONAH MARTINI prime impressioni

Alcune recensioni del mio nuovo fumettone QUI, QUI e QUI e un’intervista a me che l’ho scritto e a Alfio Buscaglia che l’ha disegnato QUI.

Il Gran Guinigi 2008 Diego Cajelli dice:
E' una lettura molto d'atmosfera, con ritmi e cadenze da "grande film italiano", di quelli che non si fanno più.

martedì 11 novembre 2008

DIDA: Dieci giorni dopo...

La scorsa Lucca non ho comprato tantissima roba. La maggior parte del tempo ero in panico da folla da stadio. E poi sono tirchio e pigro, dio come sono tirchio e pigro.

Sono però piuttosto soddisfatto dei pochi, mirati, fumetti che ho preso: il testosteronico FemDom di Santucci, la surreal-poetica trilogia Koma di Wazem-Peeters, il poliziottesco MilanoCriminale2 di Cajelli-Ferrario-Fausone, il tromistico Mongo di Trevisanello-Longhi, la commedia mostruosa Giada2 di Rosenzweig-Belardo-Sfascia, il classic-pop David di Ascari-Riccadonna (due promesse), il toccante Yggdrasill di Maconi…

…bè, in generale affermo che la qualità nel fumetto italiano esiste: sosteniamola.
Compriamo fumetti buoni, snobbiamo o rubiamo tutti gli altri e costruiremo un mondo migliore. Il cliente ha sempre ragione, no?

A fatica scelgo un fumetto tra tutti da recensire perché sono troppo pigro per recensire anche gli altri, che non me ne abbiano a male.

Scelgo BLATTA di Alberto Ponticelli per svariati e contrastanti motivi. Eccoli:

- il formato gigante e il suo peso specifico mi attraggono come una calamita il ferro: amo quell’oggetto appena lo vedo.
- la griffe “Ponticelli” mi fa sentire al passo con la moda.
- Alberto è un amico, mi piace cagare gli amici.
- per un breve periodo ho vissuto di riflesso l’autismo da consegna di Alberto (così lo definiva) per questo lavoro. Ero dunque molto curioso.
- da bravo saccente del cazzo aspettavo al varco Ponticelli il Disegnatore, perché ok bravo a disegnare, uno stile che ha fatto scuola e blablabla ma, ciccio, non sei uno sceneggiatore, non provarci…non reggerai mai quelle 150 tavole, ti perderai nei meandri della trama, ti arrenderai prima della fine, arriverai a tav.100 con un terribile punto di domanda sopra il capoccione e guardando il riflesso della tua faccia nel monitor nero del tuo pc ti chiederai “come cazzo vado avanti adesso?!” Sì, perché tu, Disegnatore, non hai idea di cosa sia un Soggetto, una Scaletta, inizi a scrivere e disegnare come se non ci fosse un domani “tanto in qualche modo finirò”.

Ci speravo. Perché, vedete, noi “autori” abbiamo un ego ingombrante, chi più chi meno, e per quanto ci facciamo i complimenti a vicenda, sotto sotto sentiamo, anzi sappiamo di essere migliori, più bravi, più autori dei nostri vicini. Siamo una brutta, bruttissima razza.

Iniziai a leggere Blatta la sera stessa che lo acquistai, sabato 1 novembre 2008. Dopo una dozzina di pagine lo riposi sul comodino di fianco al letto. Il mio angioletto sulla spalla diceva: “Sei stanco, riprendilo quando sarai più lucido”. Il mio diavoletto: “Visto?! Non sa scrivere, è noioso, non coinvolge! Uahahah!!! Ha fallito! Fallito!!!”

Dieci giorni dopo…

È mattina presto, sono sveglio e lucido, non ho/voglio impegni, il gatto è sfamato, la moglie dorme. Prendo Blatta e inizio a leggere.

La prima cosa che mi colpisce è la CHIAREZZA: di regia, montaggio, storyboard, inquadrature. Uno stile grafico eccentrico, personale, nuovo (un disegno che non cita/rimastica altri stili…ma è possibile?!) unito a una fluidità di racconto invidiabile. L’approccio può risultare criptico solo a livello superficiale, ma ci si mette davvero poco (leggi “poche tavole”) a entrare dentro la storia.

Perché alla fine Alberto fa fumetti: unisce immagini e parole, mette insieme vignette in una sequenza prestabilita e il resto lo fa la closure, no? Le parole completano il quadro, nel senso che in Blatta il testo (non intendo qui la sceneggiatura, la struttura narrativa macroscopica, ma proprio la parola scritta che ficchi nelle didascalie e nei baloon) ha un valore tanto estetico quanto narrativo. Estetico perché completa l’atmosfera della vignetta dandogli un “suono”…parole che nella loro sinteticità rasentano quasi l’onomatopea. Narrativo perché tutto quello che non si evince dal disegno si evince dal testo. Raramente accade. Dovrebbe essere il concetto di Fumetto. Una cosa che si Legge e si Guarda (grazie Diego).

La seconda cosa che mi stupisce è lo…STUPORE. La meraviglia di fronte non tanto all’oggettiva bellezza delle tavole quanto alle sensazioni che lo sfogliare delle pagine provoca, quel famoso “volta-pagina” che in un fumetto dovrebbe sempre segnare un forte stacco narrativo(-spaziale-temporale) e farti sorprendere nel passaggio da un dettaglio a una panoramica, da un interno a un esterno, dal giorno alla notte. Questa è una delle più affascinanti differenze tra fumetto e cinema: sei tu l’artefice del ritmo, sei tu a decidere quando volterai quella maledetta pagina per ritrovarti magicamente nella foresta del Congo dopo aver passato 80 pagine in un bilocale a Manhattan.
Blatta si spinge oltre e marca ancora di più questa differenza regalandoci, per es, una tripla splash-page pieghevole a un terzo della narrazione, una botta narrativo-estetica così efficace nella sua sfacciata semplicità (sfogliare per credere). Ci regala tavole nere, bianche e grigie. Ci regala il freddo e l’umidità della pioggia sulla pelle dopo anni di isolamento artificiale e l’accecante bagliore malato della luce esterna di una città morta.

La terza cosa è il TEMA. Eh già, perché Blatta ci spiega un paio di cose e lo fa attraverso una Storia. Dovrebbe essere il concetto di Fumetto, no?
Alberto non ha fatto Blatta per puro sfogo grafico dopo anni di autismo da consegna da majors.
Poteva permetterselo, ma siccome aveva delle cose da raccontare non l’ha fatto.

Blatta parla di alienazione auto-inflitta da abuso di tecnologia standardizzata e standardizzante.
In parole povere parla di NOI. Intendo proprio noi qui e ora, IO che sto scrivendo (bè, ormai ho scritto) questo post e TU che lo stai leggendo. Parla di me che invece di alzare il telefono e congratularmi a voce con Alberto per il suo lavoro o, che so, andarlo a trovare di persona e stingergli la mano, mi ritrovo qui tra le quattro mura del mio studio, che tanto somiglia all’anfratto del protagonista di Blatta, a battere tasti su una tastiera morta invece di dare pacche su spalle vive. Touché, Alberto…

Sono quasi sicuro che Alberto non abbia definito una scaletta precisa della storia, forse non ha nemmeno abbozzato una sceneggiatura in senso stretto, ma sono sicuro al 100% che avesse in mente (o scritto, non importa) un Soggetto Solido prima di imbrattare quei 150 fogli. Perché la Struttura c’è tutta, i tre Atti classici sono rispettati (presentazione personaggio/ambiente > 1° colpo di scena: il suo mondo cambia > 2° colpo di scena: come cambierà il personaggio alla Fine?), la narrazione procede fluida e sicura fino alla fine, il Livello di Attenzione è tenuto sempre piuttosto alto grazie al Montaggio, agli Eventi (un narratore vince quando mette in scena, non quando spiega) e alla perfetta delineazione del Protagonista, prima sicuro della sua realtà poi spiazzato in un mondo terribile perché Reale.
E il Finale...bè, meglio di così non poteva essere sia a livello narrativo che concettuale: struttura ciclica con sorpresa. E con l'uso forse più intelligente visto negli ultimi anni della valigetta "Mc Guffin" (Hitchcock > Pulp Fiction > Ronin, il film) semplicemente perchè...non è un Mc Guffin. Il nostro immaginario lo richiama ma no, la valigetta blattiana non è la scusa attorno cui far ruotare la storia.

Insomma il Soggetto c’è e si sente. Il resto credo sia stato un felice mix di istinto ed esperienza, un'esperienza maturata sia da rigoroso professionista che da curioso lettore.
Alberto è un autore completo.
Bravo Alberto. ‘fanculo Alberto. (no, non le metto le faccine, le odio)

EPILOGO:
Potevo tranquillamente approfittare di Alberto e farmi regalare Blatta o avere uno sconto in fiera. Invece sono orgoglioso di aver speso tutti e 15 quegli euro. La qualità si paga.

Parliamo di autori, TUTTI quelli sopramenzionati (e altri non menzionati), che non hanno lavorato per la DC Comics a 300 dollari a tavola. Quello che hanno scritto e disegnato l’hanno fatto con l’UNICO intento di raccontarci qualcosa, a loro modo, col loro stile. Qualcosa di loro, qualcosa di diverso. Qualcosa di nuovo, magari. Che è poi il motivo per cui tutti quelli che fanno questo mestiere hanno iniziato a scrivere e/o disegnare.

Alcuni conservano ancora quello spirito, altri no. Massimo rispetto per i “semplici” lavoratori (mi ci metto pure io, per carità) ma Soldi e Tempo io li dedico ai primi.

Con 20.000 € ti compri una Golf (...), se invece vuoi una Lamborghini Gallardo 5.0 v10 devi tirarne fuori 150.000.

Perché dovrebbe essere diverso nel mercato del fumetto?

lunedì 10 novembre 2008

BdC vs. BdM ep.07

testi: Alex Crippa - disegni: Emanuele Tenderini
...the saga sadly ends...
...here and in the official blog...

venerdì 7 novembre 2008

ArcasacrA il primo fumetto palindromo

Basta parlare di Lucca! Ho già detto tutto con le foto del post pre-precedente, ora pensiamo al futuro!

Il futuro si chiama ArcasacrA.
E' il mio prossimo fumetto che verrà presentato a Napoli Comicon a marzo 2009.
Lo sta disegnando il finto esordiente Emanuele Boccanfuso, maestro del B/N, e lo pubblicheranno quei ragazzacci di Nicola Pesce Editore, maestri della sperimentazione.
Come dice il titolo, infatti, trattasi di fumetto palindromo. Non proprio letteralmente...ma posso affermare senza incappare in errori che "lo puoi leggere sia da una parte che dall'altra".
Vi lascio quindi con questa frase che vuol dire tutto e niente, la splendida tavola qui sopra (che tema tratta la storia? dov'è ambientata?) e l'attesa di altri macabri e sorprendenti dettagli che svelerò da qui a marzo...è lunga, non posso dir tutto subito...
Intanto grazie al Boccanfuso nazionale per la passione che sta mettendo in questo lavoro (per svariati motivi che fanno parte dei dettagli da rivelare) e grazie ai Nicola Pesci che incoraggiano e sostengono progetti di questo tipo. Continuate a osare...

mercoledì 5 novembre 2008

lunedì 3 novembre 2008

VACANZE di LUCCA










BdC vs. BdM ep.06

testi: Alex Crippa - disegni: Emanuele Tenderini
...the saga re-presents an old friend...
...here and in the official blog...